Nascita tra i Sakya
La tradizione colloca la nascita a Lumbinī, nelle terre dei Sakya ai piedi dell’Himalaya; molti storici preferiscono una data più tarda.
Comprendere la sofferenza per liberarsene.
Siddhattha Gotama, chiamato il Buddha, «il Risvegliato», fu un maestro itinerante della pianura del Gange i cui discorsi, memorizzati e trasmessi dalla sua comunità, stanno all’origine delle tradizioni buddhiste. Insegnò una via di mezzo tra indulgenza e mortificazione, un’analisi della sofferenza e delle sue cause e un addestramento in etica, meditazione e conoscenza; non si conserva alcun testo scritto di sua mano.
La tradizione colloca la nascita a Lumbinī, nelle terre dei Sakya ai piedi dell’Himalaya; molti storici preferiscono una data più tarda.
A ventinove anni lasciò la vita familiare per diventare rinunciante errante in cerca di liberazione.
Dopo anni di meditazione e ascesi raggiunse il risveglio a Uruvelā, poi istruì cinque compagni presso Benares.
Insegnò nel Magadha e nel Kosala e fondò ordini di monaci e monache sostenuti da seguaci laici.
Morì intorno agli ottant’anni a Kusinārā; le reliquie furono divise tra diverse comunità.
A Sri Lanka alcuni monaci misero per iscritto il canone pali dopo secoli di trasmissione orale.
Siddhattha Gotama, in sanscrito Siddhārtha Gautama, nacque tra i Sakya, popolo delle pendici himalayane la cui città principale era Kapilavatthu; un pilastro eretto dall’imperatore Asoka indica Lumbinī come suo luogo di nascita. Le biografie tarde ne fanno un principe cresciuto nel lusso di un palazzo, ma i Sakya sembrano essere stati governati da un’assemblea, e il padre Suddhodana era probabilmente un nobile eminente più che un grande re. La tradizione nomina la madre Māyā, la zia e madre adottiva Mahāpajāpatī, la moglie Yasodharā e il figlio Rāhula. Le date tradizionali, circa 563–483 a.C., si fondano su cronologie posteriori; molti storici collocano oggi la sua morte più vicino al 400 a.C.
Secondo un passo del canone, Gotama lasciò la vita familiare a ventinove anni per diventare un rinunciante errante, via allora condivisa da molti cercatori. Apprese la meditazione da Āḷāra Kālāma e Uddaka Rāmaputta, ne padroneggiò gli stati di assorbimento e li giudicò insufficienti. Praticò poi digiuni e mortificazioni severe con cinque compagni, fino a sfiorare la morte, e abbandonò quei metodi. Seduto sotto un albero a Uruvelā, l’odierna Bodh Gaya, raggiunse il risveglio: la comprensione di come la sofferenza sorge e di come cessa. I quattro incontri o la grande battaglia contro l’esercito di Māra sono sviluppati da biografie più tarde; vanno letti come racconti che insegnano, non come cronaca.
Il primo discorso, rivolto ai cinque antichi compagni nel parco delle gazzelle di Isipatana, presso Benares, espone la via di mezzo e le quattro nobili verità. Per circa quarantacinque anni Gotama percorse le città del Magadha e del Kosala, trascorrendo la stagione delle piogge in parchi donati da protettori come il re Bimbisāra o il mercante Anāthapiṇḍika. Fondò una comunità di monaci e poi, secondo la tradizione, di monache, la prima delle quali fu Mahāpajāpatī; le condizioni poste alla loro ordinazione sono discusse. Insegnò a brahmani, asceti giainisti, sovrani e laici, adattò le parole a ciascun uditorio e giudicò le persone dalla condotta più che dalla nascita.
Intorno agli ottant’anni Gotama morì a Kusinārā; il Grande discorso sull’estinzione finale narra il suo ultimo viaggio e le ultime parole, che esortano i discepoli a impegnarsi con vigilanza, poiché tutte le cose condizionate passano. Le reliquie furono divise e custodite in stupa. Secondo la tradizione, un concilio riunito a Rājagaha recitò poco dopo il suo insegnamento; la trasmissione si divise poi in scuole, l’imperatore Asoka sostenne la comunità nel III secolo a.C. e il canone pali fu messo per iscritto a Sri Lanka nel I secolo a.C. Testi paralleli sopravvivono in gandhari, sanscrito, cinese e tibetano. Non esiste alcuno scritto di sua mano: gli studiosi confrontano questi strati per avvicinarsi al suo insegnamento.
Il suo insegnamento ha dato origine alle tradizioni Theravāda, Mahāyāna e Vajrayāna in tutta l’Asia e, dal XIX secolo, a studi e pratiche occidentali, dalla lettura di Schopenhauer ai moderni movimenti di meditazione. Gli storici distinguono gli strati testuali antichi dalle leggende successive e leggono i canoni come opera di comunità più che come resoconto dettato da un solo uomo.
Fonti e riferimenti