Una nascita incerta
Gli studiosi moderni collocano la nascita intorno al 99 a.C.; la tarda cronaca di Girolamo indica circa il 94 a.C.
Una biblioteca di pensiero
Comprendere la natura per liberare la mente dalla paura.
Tito Lucrezio Caro, poeta romano della generazione di Cicerone e di Cesare, espose la filosofia di Epicuro nella Natura delle cose, poema latino in sei libri. Della sua vita non si sa quasi nulla di certo; il poema lo presenta come un maestro che si serve di una spiegazione fondata su atomi, vuoto e caso per liberare i lettori dal timore degli dèi e della morte.
Gli studiosi moderni collocano la nascita intorno al 99 a.C.; la tarda cronaca di Girolamo indica circa il 94 a.C.
Il poema si rivolge a Gaio Memmio, pretore nel 58 a.C., uomo politico romano che contava anche poeti nella sua cerchia.
La Vita di Virgilio attribuita a Donato data la sua morte al 55 a.C., il giorno in cui Virgilio indossò la toga virile.
Nel febbraio del 54 a.C. Cicerone scrive al fratello Quinto sui poemi di Lucrezio: è la più antica testimonianza sicura.
La Cronaca di Girolamo riferisce di un filtro d’amore, della follia, di libri scritti in momenti di lucidità e di un suicidio.
Poggio Bracciolini recupera un manoscritto nel 1417; la prima edizione a stampa esce a Brescia intorno al 1473.
Non ci è giunta alcuna biografia antica di Tito Lucrezio Caro. Il poema nomina il destinatario, Gaio Memmio, pretore nel 58 a.C., ma tace su famiglia, patria e carriera del poeta. Una lettera di Cicerone attesta che l’opera circolava già nel febbraio del 54 a.C. La Cronaca di Girolamo, scritta intorno al 380 d.C., colloca la nascita verso il 94 a.C. e riferisce follia, filtro d’amore e suicidio nel quarantaquattresimo anno; la Vita di Virgilio attribuita a Donato collega la morte al 55 a.C. Queste notizie tarde e in parte contraddittorie spiegano le date convenzionali, circa 99 e circa 55 a.C., e sconsigliano di leggere il poema attraverso la leggenda.
Lucrezio scrisse nella generazione di Cicerone e di Cesare, quando l’epicureismo attirava lettori romani e si insegnava in Italia, in particolare attorno a Filodemo in Campania. Scelse l’esametro latino, metro di Ennio e del poeta-filosofo greco Empedocle, benché si dicesse che Epicuro diffidava della poesia. Lamenta la povertà della lingua patria e foggia un lessico per idee greche: primi principi, semi delle cose, corpi primi. Rivolgendosi a Memmio in un tempo avverso per la patria, presenta Epicuro come un liberatore che spezzò il dominio di una religione della paura e offre i suoi versi come il miele sull’orlo di una coppa amara.
I sei libri procedono a coppie. I libri 1 e 2 stabiliscono che nulla nasce dal nulla, che tutto è atomi e vuoto, che gli atomi si muovono e deviano e che i mondi sono innumerevoli. I libri 3 e 4 mostrano che mente e anima sono mortali, sicché la morte non è nulla per noi, e spiegano la percezione con sottili simulacri, insieme ai sogni e alla passione d’amore. I libri 5 e 6 descrivono nascita e fine del nostro mondo, origini della vita e della civiltà e fenomeni come il fulmine, i terremoti, il magnete e le malattie, fino alla peste di Atene. Ripetizioni, promesse non mantenute e la chiusa brusca fanno pensare che il poema sia rimasto incompiuto.
Virgilio, Ovidio e Seneca lessero il poema e ne recano l’eco, mentre gli scrittori cristiani Lattanzio e Arnobio lo citarono o lo imitarono, spesso per combatterlo. Il testo ci è giunto soprattutto attraverso due manoscritti del IX secolo oggi conservati a Leida. Nel 1417 l’umanista Poggio Bracciolini ne trovò una copia in una biblioteca monastica a nord delle Alpi e la prima edizione a stampa uscì a Brescia intorno al 1473. Machiavelli trascrisse il poema di suo pugno, Montaigne annotò l’edizione di Denis Lambin del 1563 e Gassendi fece rivivere l’atomismo epicureo. L’edizione di Lachmann del 1850 divenne una pietra miliare della critica testuale. I racconti divulgativi secondo cui una sola riscoperta avrebbe dato avvio alla modernità sono contestati dagli specialisti.
Conservato da pochi manoscritti medievali e riscoperto nel 1417, il poema ha alimentato i dibattiti della prima età moderna su atomismo, provvidenza e anima, da Montaigne e Gassendi ai materialisti dell’Illuminismo. Resta una fonte primaria per la fisica epicurea e una grande opera della poesia latina, anche se la fedeltà con cui rende il suo modello greco è ancora discussa.
Fonti e riferimenti